lunedì 13 marzo 2017

Il TELELAVORO, questo sconosciuto!


Problemi di traffico per andare in ufficio? Barriere architettoniche? Orario flessibile? NO PROBLEM! Tutto potrebbe essere superato con il TELELAVORO! Che cos’è?


Il telelavoro è un modo di lavorare indipendente dalla localizzazione dell’utente rispetto al posto di lavoro. È reso possibile dall'uso dei moderni strumenti informatici e telematici.

Esso presenta numerosi vantaggi sia per i datori di lavoro, che possono eliminare gran parte dei costi fissi dovuti all’affitto degli immobili per le sedi, risparmiare i costi di gestione (illuminazione, riscaldamento/aria condizionata, pulizia, ecc..), integrare persone diversamente abili e accedere ai previsti sgravi fiscali e così via.

Innumerevoli sono anche i benefici per l’ambiente, grazie ad una drastica diminuzione dell’inquinamento dei mezzi di trasporto, la scomparsa dei picchi di traffico e dei tempi morti per raggiungere gli uffici, specie per i pendolari. Anche i lavoratori risparmierebbero le spese di trasporto ed avrebbero un ottimo bilanciamento lavoro-vita famigliare, specie per le donne quando devono accudire i bambini piccoli o i genitori anziani.

La legge italiana prevede, da anni, il telelavoro (legge 877/1973) e successive modifiche, anche nel settore della pubblica amministrazione, dove vige l'accordo quadro dell'8 giugno 2011.

E allora? Come mai nel nostro Bel Paese questa forma di lavoro non è ancora diffusa?

Probabilmente il difetto è nel fatto che i suoi benefici non sono conosciuti dal grande pubblico!

In questo senso, il mio piccolo contributo alla divulgazione è rivolto in particolare a coloro che soffrono di qualche disturbo, tipo l’asma bronchiale, che nelle giornate particolarmente calde e afose, oppure molto fredde, impedirebbe loro di andare fisicamente in ufficio.


Ne parlo nel libro (ebook): “CHICCO E IL CANE”, dove racconto il contenuto di una Conferenza che, realmente, ho tenuto presso l’Associazione “Federasma” dove ero stato invitato per parlare dei rapporti tra Meteorologia e Asma. Chi ha avuto occasione di leggere il brano, contenuto nel testo del racconto, è rimasto colpito da questa nuova forma di lavoro che potrebbe essere di grande aiuto a chi soffre di qualche allergia, handicap e, in particolare, alle donne.


Al Telelavoro è anche dedicato un piccolo capitolo nell’ebook “Il Clima e l’Ambiente”, dove si prende spunto dal disagio climatico cui è sottoposto un lavoratore (caso molto comune) che vive in periferia e tutti i giorni si reca al lavoro al centro città, passando da  un ambiente riscaldato (casa) ad uno freddo (fuori), poi riscaldato (autobus) poi freddo (fuori) ed infine climatizzato (ufficio), che risulta molto dannoso al proprio organismo.

Sul sito  http://www.alfiogiuffrida.com/Forum.aspx  è aperta una discussione dal titolo: “LIBRI - Il Clima e l'Ambiente: dal Diluvio al telelavoro”, dove chi ne sa qualcosa in più può aggiungere preziose informazioni tramite dei “commenti” e chi è interessato al telelavoro, può chiedere informazioni (sempre sotto forma di commenti).

Grazie dell’attenzione e … buon Telelavoro!     

mercoledì 22 febbraio 2017

Vi presento il mio nuovo libro: “Odore di sujo” (versione smartphone Android).


State Comodi è un talk show televisivo, a cura di Carlo Senes, che va in onda su Canale10 il giovedì alle ore 21.

La puntata del 16 febbraio 2017 era dedicata al Territorio ed aveva per argomento: Decimo municipio allo sbando. Si è parlato dei problemi di Ostia, sobborgo di Roma da 400.000 abitanti, dimenticato dagli amministratori della Capitale. Politici incapaci? O corrotti? O che altro?

In questo scenario si inquadra bene il nuovo romanzo, “Odore di sujo”, di Alfio Giuffrida.

Il sujo è la puzza più profonda, quella che si sente non tanto con il naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati come benefattori ai loro elettori e poi li hanno traditi.



Si riporta il brano della trasmissione, con l’intervista all’Autore (versione smartphone Android).
Trovate tutti i particolari del libro e della trama sul sito dell’Autore: http://www.alfiogiuffrida.com/

Vi presento il mio nuovo libro: “Odore di sujo” (versione per smarphone).


State Comodi è un talk show televisivo, a cura di Carlo Senes, che va in onda su Canale10 il giovedì alle ore 21.

La puntata del 16 febbraio 2017 era dedicata al Territorio ed aveva per argomento: Decimo municipio allo sbando. Si è parlato dei problemi di Ostia, sobborgo di Roma da 400.000 abitanti, dimenticato dagli amministratori della Capitale. Politici incapaci? O corrotti? O che altro?

In questo scenario si inquadra bene il nuovo romanzo, “Odore di sujo”, di Alfio Giuffrida.

Il sujo è la puzza più profonda, quella che si sente non tanto con il naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati come benefattori ai loro elettori e poi li hanno traditi.



Si riporta il brano della trasmissione, con l’intervista all’Autore (versione per smarphone).
Trovate tutti i particolari del libro e della trama sul sito dell’Autore: http://www.alfiogiuffrida.com/

martedì 21 febbraio 2017

Cos'è una tromba d'aria

Il 6 novembre del 2016 il litorale romano è stato interessato da un violento temporale, durante il quale si è formata una tromba marina che, in pochi minuti si è abbattuta sull'abitato di Ladispoli, causando ingenti danni.
Ci si è chiesto: Cos'è una Tromba d'aria? E una tromba marina? Come si forma?
Per rispondere a queste domande, Carlo Senes, nel corso di una puntata della sua rubrica "State Comodi" in onda ogni giovedì su Canale 10, ha intervistato il meteorologo dell'Aeronautica Alfio Giuffrida




venerdì 23 dicembre 2016

Buon Natale


Alfio Giuffrida - Buon Natale con  http://www.alfiogiuffrida.com/



Carissimi, il Natale è sempre un momento magico per riunire le famiglie e fare festa insieme.

Il freddo è intenso ma l’allegria porta calore ed io auguro a tutti voi di trascorrere, con allegria e affetto, un Buon Natale ed un Felice Anno Nuovo.

Alfio Giuffrida.

giovedì 22 dicembre 2016

Alfio Giuffrida - Odore di sujo - Cap. 1 – vecchia versione


 “Odore di sujo” è il nuovo “progetto editoriale” di Alfio Giuffrida. 

È un romanzo, ma è anche un atto di accusa verso tutta la classe politica.

Il sujo, infatti, è la puzza più profonda, che non si sente col naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati agli elettori come benefattori e poi li hanno traditi sporcandosi le mani nel peggiore dei modi.

Appartiene al genere letterario “Verismo Interattivo”, che consiste nell’inserire, nel testo dei romanzi, degli spunti di discussione su argomenti sociali e di attualità, che poi possono essere commentati in dei FORUM, come ad esempio quello già esistente su questo sito, dove già sono attive molte discussioni.

In esso, oltre al coinvolgimento della classe politica in affari di droga, sono trattati diversi problemi, tra cui il grande dilemma che, da dieci anni, attanaglia i telespettatori: I Processi si fanno in Tribunale o a Quarto Grado? Un altro problema scottante è quello dei gay, in particolare quando devono celare il loro stato in quanto sono anche dei preti o magistrati.

Odore di sujo è pronto, ma è ancora alla ricerca di un editore.
Presentiamo qui il primo capitolo, in una versione precedente, la nuova si trova su http://www.alfiogiuffrida.com/Notizie-Curiosita.aspx .



Premessa:
Il sujo è la puzza più profonda, quella che si sente non tanto con il naso ma con la mente. È il modo di puzzare di alcuni politici, che con Ipocrisia si sono presentati come benefattori ai loro elettori e poi li hanno traditi.
Jennifer è nata nei privilegi del regime, ma gli eventi l’hanno ridotta nel fango, nelle luride favelas di Rio de Janeiro. Percorre gli ambienti della prostituzione, fa i mestieri più umili, guidata dalla Speranza di rivedere il figlio, ma il destino è contro di lei. Sa che lui è uno spacciatore e vuole farlo uscire da quell’ambiente. Lo cerca per mezza Europa, percorrendo il duro mondo della malavita, sono spietati, ma a volte hanno un cuore. Lo trova nel mondo degli omosessuali, che non vivono solo negli ambienti più equivoci, ma si trovano anche nelle classi di rispetto, dove, tuttavia, sono costretti a nascondere la loro indole, perché i borghesi non possono essere froci, loro sono comunque dei Vip, anche se qualche “rispettabile” conosce una foiba dove …. Tuttavia l’Ipocrisia più grande è quella dei Politici che, per accaparrarsi dei voti, sono pronti a far morire chi ha bisogno anche di un semplice aiuto; persone che, per soldi, spingono un uomo nell’inferno della droga. Il tutto per la loro Mafia di Potere! Un racconto avvincente nella sua drammaticità, con riflessioni sconvolgenti, incalzante nell’azione e con un finale inatteso.

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 Cap. 1 - L’agguato al pontile.

La luna era alta in cielo, su un pontile ancora pieno di gente, ignara della tragedia che si era appena consumata. Eravamo già in piena estate, quella del 2003, passata alla storia come la più calda degli ultimi trenta anni, con un numero di vittime, a causa dell’afa, che superò di parecchie volte quello della strage dell’11 settembre a New York!

Già perché l’atmosfera, quando le gira storto, riesce a uccidere non solo con le alluvioni, che spazzano via case e interi villaggi, o con raffiche di vento che sradicano gli alberi, ma anche con la semplice calura, che impedisce alle persone di respirare.

A Ostia, nel piazzale che dà sul mare, a quell’ora i giovani parlavano di pace, delle guerre inutili che si facevano in ogni parte del mondo, per il solo scopo di vendere armi.
Ingenuità? Ipocrisia? Forse entrambi! Molti erano convinti di essere degli “intellettuali”, si credevano ancora nei fatidici anni del “’sessantotto”, quelli della rivoluzione culturale.

Quel periodo che ci ha fatto sognare e gioire, ma ha bruciato schemi e ideali. Che ha cambiato, nel bene e nel male, i punti di riferimento della nostra società. I liceali, entusiasti di avere conquistato il potere, si sentivano in dovere di sostenere le proprie idee, convinti di poter fermare la violenza con le loro teorie. Poveri illusi!

In quegli anni, un po’ tutti abbiamo avuto ispirazioni rivoluzionarie, poi la vita ci ha messo di fronte alla realtà di tutti i giorni. E quelle sere, passate a discutere fra amici, sono rimaste nel cassetto dei ricordi. Ma non per tutti!
Altre persone invece venivano al lungomare solamente per prendere un po’ di sole e qualche gelato alla frutta nei chioschetti sempre affollati, o i krapfen alla crema da Paglia, nell’isola pedonale, quelli sempre caldi, appena fatti, con lo zucchero sopra. Da quarant’anni i krapfen di Paglia sono sempre stati una caratteristica di Ostia, un punto obbligato per chi li ha già assaggiati.
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Alle due di notte, io ero in ufficio. Impegnato nel mio turno di lavoro, a studiare le carte isobariche per fare le previsioni meteorologiche. Il mio era un lavoro che non conosceva limiti di tempo. Doveva essere attivo 24 ore su 24, per 365 giorni l’anno: “Il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica non dorme mai” aveva detto qualcuno in vena di slogan.

In quel momento il mio cellulare si mise a trillare, mentre il display s’illuminò e apparve un nome che non vedevo da mesi, ma che conoscevo molto bene.
Una scarica di adrenalina percorse il mio corpo, mentre il braccio, intorpidito dall’emozione, si mosse meccanicamente e la mano tremante afferrò l’apparecchio e lo portò all’orecchio. Non lo sentivo da molto tempo, mentre una volta le telefonate di Giorgio erano continue.

Era ormai troppo tempo che aspettavo uno squillo da quel numero! E adesso, eccolo li, nel momento più inaspettato.
«Pronto!» balbettai con voce tremante ed ansiosa. Ma il piccolo altoparlante rimase muto. «Pronto, Giorgio, sono Alex!» ripetei con voce più forte, mentre i nervi del volto si contraevano in una smorfia di dolore.

«Sto sotto al pontile. .. », disse una voce cavernosa e sofferente all’altro capo del telefono. E non aggiunse altro, nonostante mi ostinassi a ripetere “pronto”, a chiamarlo per nome, sempre più forte, con affanno.
La comunicazione s’interruppe, io provai più volte a richiamare quel numero, ma risultava irraggiungibile, come se l’apparecchio fosse spento. I colleghi mi guardavano muti, le loro braccia, come tutto il mio corpo, si ricoprivano di un leggero strato di sudore freddo.

Aspettavano da me una spiegazione. Tutti conoscevano quel mio problema e si compenetravano nella mia preoccupazione. Non era solo curiosità! Eppure io non riuscivo a dire nulla, in quel momento ero rimasto impietrito.

Quando si lavora in un turno operativo, si è come in una famiglia, oltre all’aspetto professionale, ci si conosce anche dal punto di vista personale. In quel gruppo, come età io ero il più giovane, tuttavia ero il “capo turno”, perché ero laureato e avevo un grado superiore agli altri. E tra i militari, si sa, il grado è quello che conta.

«Vai, non ti preoccupare! Pensiamo noi a fare il tuo lavoro.» disse il mio vice. Ed io ero corso ansimante, il presagio che fosse accaduto qualcosa di grave martellava già nella mia mente.
Quella voce era strana, come l’ultimo atto di una persona che ha bisogno di aiuto, di un soccorso urgente. Di qualcuno che sta per … . Non volevo fissarmi su queste sensazioni che avevo in mente, altrimenti non sarei neanche riuscito a guidare, avrei fatto qualche incidente.
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Giorgio era il fratello di mia moglie, ma prima di diventare mio cognato, era stato il mio migliore amico, quello con cui avevo diviso le ansie e i segreti, le speranze e le ambizioni. Nei lunghi anni del liceo eravamo inseparabili.

Spesso ci vedevamo a casa sua, a fare i compiti assieme e lì c’era Marisa, sua sorella, un paio di anni più piccola di lui. Lei spesso cercava di entrare nei nostri discorsi, ma lo faceva per interessi suoi, per capire come comportarsi anche lei con i ragazzi della sua classe.
Giorgio la canzonava, diceva che i suoi compagni la snobbavano perché lei non aveva idee importanti, era “coatta”. O forse era perché lui era il primo della classe, quello che ha le idee chiare su tutto e chiunque non è d’accordo con lui è una merda.

Poi, all’università, Giorgio ed io seguimmo strade diverse, ma continuammo a vederci quotidianamente. Tuttavia i suoi discorsi si erano fatti introversi e complicati, parole sempre più difficili, piene di ansia e di apprensione.
Lui sognava che la sua vita da intellettuale potesse essere di aiuto a migliaia di persone, ma nessuno s’interessava a lui.

Un giorno fu costretto a casa con un febbrone da cavallo, scaturito dalla rabbia e dallo stress, perché a un esame di letteratura il professore voleva dargli un “27” e lui lo aveva rifiutato, contestandolo apertamente. Io e Marisa eravamo seduti ai bordi del suo letto, dove lui sbraitava le peggio parolacce verso il suo professore.

Facevamo fatica a consolarlo, lui lo tacciava di bigotto e ignorante. E inveiva anche contro di noi, che cercavamo di smussare la sua rabbia. Marisa passava la sua mano sulla mia, per aiutarmi a sopportare le ingiuste invettive che il fratello scagliava contro di me, ogni volta che cercavo una possibile spiegazione alle diversità di vedute tra lui e il professore.

Tuttavia quelle carezze non mi furono indifferenti. Da allora noi due prendemmo l’abitudine di parlare assieme, ricordando quell’episodio con una punta d’ironia, convinti che lui avesse esagerato. Altre volte discutevamo d’altro, dalle aspirazioni che noi giovani avevamo dalla vita, ai discorsi più banali, come il fatto che lei non sopportava la pizza con la cipolla.

«Non capisco come le persone riescano a mangiarla.». Diceva lei schifata. E quelle parole mandavano in bestia il fratello, che non capiva, a sua volta, come l’ignoranza della sorella potesse essere così abissale, da farla adirare per un motivo così banale, mentre «i problemi della società erano ben altri!». 

E così, a poco a poco, Marisa ed io ci mettemmo assieme e poi ci sposammo, ma per Giorgio quel matrimonio aveva scomposto i suoi equilibri in modo radicale. Io ero diventato tutto casa e moglie, anche se per me lui era sempre più di un fratello!

Giorgio era rimasto solo e, quel che era peggio, voleva star solo! Convinto delle sue idee e intestardito a non accettare le opinioni degli altri, isolandosi sempre di più nella sua vita da “intellettuale”.

Si era dato alla politica, era un contestatore e voleva diventare un leader. Quello degli “Onorevoli” era un mondo che lo affascinava, tuttavia non riusciva a trovare un partito cui associarsi! Era un estremista. Per le sue idee, gli altri erano tutti troppo moderati.

Lui avrebbe voluto lavorare veramente per la gente, mentre vedeva che i politici che erano già in carica si prodigavano solo per ottenere più voti e avere più soldi e più potere.

Il suo sogno era quello di una società nella quale non ci fossero guerre né violenze, in cui tutti si amassero sotto la guida di un unico maestro. Ma il problema era proprio quello: chi poteva essere questo trascinatore di folle, che sapesse essere una guida, senza destare invidie e contrapposizioni nei suoi seguaci?

Lui era convinto di essere adatto a quel ruolo di capo indiscusso, cui tutti avrebbero obbedito volentieri senza batter ciglio, contenti di seguire la soluzione che lui proponeva, giacché era sicuramente la migliore fra tutte.

E spinto da quella delirante certezza, continuava a rifiutare anche i “28”, incurante del fatto che, in questo modo, era rimasto parecchi anni fuori corso. Lui pretendeva il “30”, l’approvazione assoluta, era quella la sua unica ambizione.

Ormai “doveva” farlo, perché questo lo rendeva importante in quella piccola cerchia di giovani che “pascolavano” attorno ai suoi deliri. E lui s’inebriava a vaneggiare!

Così aveva cominciato a staccarsi dalla famiglia e frequentare altri amici. Ragazzi snob che lo avevano portato in un ambiente diverso da quello cui era abituato, facendogli perdere l’equilibrio del suo stile di vita. Spesso si trovava a parlare con se stesso e darsi ragione da solo, poiché nessuno lo stava a sentire.

A volte, alcuni amici lo trascinavano nelle manifestazioni di piazza e lo mandavano avanti a far dei danni, a scontrarsi con la polizia. Mentre loro restavano nelle retrovie, sempre pronti a scagliare il sasso e tirare indietro la mano. E forse ci prendevano anche qualche soldo!

Nelle contestazioni c’è sempre qualcuno che ci guadagna e per questo è disposto a dare due spiccioli a qualche fessacchiotto. A lui, invece, spettavano solo le colpe e gli insuccessi.

Aveva subito qualche arresto, ma era sempre riuscito a cavarsela, perché anche nei momenti di cattiveria, riusciva a fare solo cazzate.

Spesso non si faceva sentire al telefono per settimane. Poi, una sera, arrivò una chiamata dal suo cellulare, disse solo che partiva per Milano. Nel comunicarlo, stranamente, la sua voce era calma e risoluta, non il solito lamento pieno di parolacce e d’imprecazioni.

«Non cercatemi», aveva detto alla sorella, affranta nel sentire quelle accorate parole di addio, come di qualcuno che volesse salutarla per l’ultima volta.

«Vado a Milano e ci starò un paio di mesi, ma voi non preoccupatevi. Il mio cellulare sarà spento per tutto il periodo che starò fuori Roma.». E fu così! Già un minuto dopo il suo telefono era “spento o non raggiungibile”, insensibile ai richiami di una sorella disperata che chiedeva a un telefono muto: «Ti prego Giorgio, rispondi, dicci dove sei, fatti aiutare!!». Da allora non avevamo saputo più nulla di lui!

Negli ultimi tempi aveva parlato di una ragazza, cui si era affezionato, la sua “compagna”, diceva lui. Ma, a parte il nome, di lei non sapevamo null’altro.

Eravamo andati un paio di volte a Milano per cercarlo, battendo vari ambienti, anche quello della droga, ma nessuno lo conosceva. Alla fine ci rivolgemmo alla polizia, che si attivò a cercarlo negli ospedali e negli ambienti dei disadattati. Niente. Era scomparso nel nulla!
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Arrivai al pontile con il cuore in gola, fermai la macchina al bordo del marciapiede. Davanti a me c’era uno spiazzo enorme, ancora pieno di gente, nonostante fosse notte da un pezzo. Scesi dall’auto e mi guardai intorno, non c’era alcun movimento strano, nulla che potesse indicare che ci fosse qualcuno da soccorrere.

Ricordai le parole di Giorgio: «Sto sotto al pontile. ..», dunque doveva essere in spiaggia, in qualche anfratto buio dove nessuno poteva notarlo.

Scavalcai il muretto dalla parte del “Battistini” e mi addentrai sulla sabbia, costeggiando il muro fino a dove si apre in un varco, sotto il pontile che si protende nel mare.

Mi sforzavo di vedere qualcosa, ma le luci illuminavano poco quell’ambiente ristretto. Anche i suoni e il vociare, lì sotto erano attenuati. L’unico rumore, che prevaleva sugli altri, era quello delle onde che s’infrangevano sulla spiaggia deserta. Avevo paura di chiamare il suo nome ad alta voce, poteva esserci qualcuno pronto a fare del male sia a me sia a lui.

Camminando carponi, inciampai in una tavola, mossa dalle onde, che fece un gran rumore e mi fece cadere. Avrei imprecato a squarciagola, ma frenai il mio istinto e rimasi in silenzio, con gli occhi sbarrati per vedere se c’era qualcosa che si muovesse. Sentii un flebile gemito proveniente dal buio «Sto qui .. ». Chiamai piano il suo nome, poi un po’ più forte, ma nessuno rispose. Forse le mie orecchie avevano sentito ciò che avrei voluto sentire, senza che, in verità, nessuno avesse detto nulla.

Aguzzai la vista e, con un forte senso di angoscia, mi diressi verso il posto da cui mi era parso che arrivasse quella voce. A un tratto vidi un braccio che si muoveva dietro uno dei piloni che sorreggevano il pontile. Mi avvicinai cauto, tutto inzuppato per la caduta, con il cuore che mi martellava nelle tempie. C’era come un fardello buttato per terra, forse era un uomo riverso su quei massi informi. Le mie gambe tremavano e sembrava si rifiutassero di sorreggermi. Forse avevo trovato proprio colui che cercavo.

«Giorgio, come stai? … che è successo?», sussurrai piano.
«Vigliacchi! Erano in due .. mi hanno … ». Mormorò lui, con una voce d’oltretomba.
«Ma tu sei ferito, ti hanno accoltellato?» e la voce mi si strozzò in gola, vedendo la sua mano intrisa di sangue e il vestito bagnato fradicio dal mare che, con le onde più lunghe, arrivava fin sotto di noi. Presi il suo braccio e cercai di tirarlo su, ma sentii un roco grido di dolore propagarsi dalla sua gola.

«Meglio chiamare un’ambulanza, non vorrei muoverti e, magari, peggiorare la situazione.». Dissi costernato nel vedere quell’uomo, ridotto in quelle condizioni. Mi spostai di qualche passo per avere un po’ di luce, presi il telefonino e cominciai a mormorare a voce bassa: «113, 118, 112, come caz... si chiama un’ambulanza?». 

Nel frattempo che la mia testa vuota stava cercando di risolvere questo dilemma tecnico, sentivo la voce di Giorgio che rantolava come una radio che gracchia. La sua voce era fioca, sussurrava qualcosa, «Ge … ge … nn », sembrava volesse indicare un’agenda, o il nome di una donna.

A stento riuscì a infilare la mano nella tasca e tirò fuori un’agendina inzuppata di mare e sporca di sangue. Forse voleva contattare qualcuno, magari una donna, quella di cui, negli ultimi mesi prima di partire per Milano, lui stesso diceva che voleva convincerlo a cambiare vita.

«Si!» dissi io deciso, sapendo già che se avessi dato retta a lui avrei fatto mille cose, tranne quelle giuste. «Un attimo, telefono al 118 e poi prendiamo l’agendina.».

Chiamai, detti le mie generalità, quelle di Giorgio, mentre la sua mano tirava i miei calzoni per attirare l’attenzione su ciò che voleva dirmi, indicai il posto dove eravamo e, appena fatto, mi chinai su di lui.

Presi l’agendina che lui spingeva già tra le mie mani, per incitarmi ad aprirla e vi trovai dentro dei fogli tutti stropicciati, sui quali erano scritti dei nomi, in genere femminili e dei numeri di telefono.

Ne lessi alcuni guardando la reazione di Giorgio, che scuoteva leggermente la testa, finché arrivai a un nome straniero, forse sudamericano, che tuttavia mi fece arricciare un po’ il naso, perché lo avevo già sentito nominare più volte, negli ultimi tempi. Apparteneva a una ragazza che lo faceva soffrire, che respingeva categoricamente le sue avances, ma della quale, come diceva lui stesso, si era perdutamente innamorato. Appena lo pronunciai, il suo volto s’illuminò e con la mano fece segno di chiamarla.

Ero agitato per cosa avrei dovuto dire a quella persona che mi avrebbe risposto poiché, secondo noi della famiglia, era lei che aveva portato Giorgio alla perdizione. E se invece lei lo aveva aiutato? E poi che notizie le avrei dato? Venga subito che Giorgio è ferito e chiede di lei? Oppure dovevo essere dolce e diplomatico? Sbagliai più volte a digitare il numero, poi mi misi d’impegno, scandendo cifra per cifra e riuscii a completarlo. Nel frattempo guardavo, nervoso, se per caso arrivasse l’ambulanza.

All’altro capo, il telefono si mise a squillare, ma non rispondeva nessuno. Aspettai un po’, guardai Giorgio e, con il movimento della mano feci cenno se potevo chiudere, ma lui scosse la testa e digrignò i denti, come se volesse dire qualcosa, ma non riuscì a proferire parola.

Vedevo che lui era sempre più agitato, ma anche più debole. Mi chinai su di lui e gli tastai il polso. I segnali erano deboli, ma era vivo.

Chiusi il telefono, uscii da quell’antro e salii in strada. Ero tentato di chiamare aiuto a squarciagola, ma cosa avrei ottenuto. Mi resi conto di essere sull’orlo di un attacco di panico, istintivamente avevo fatto cenno di fermarsi a una macchina che era passata in quel momento, ma l’autista non mi aveva neanche visto, o aveva fatto finta di non accorgersi di nulla.

Pensai di telefonare a Marisa, ma a quell’ora dormiva, le avrei solo procurato un trauma. Però era suo fratello, mi sentivo in colpa verso di lei. Forse stavo prendendo su di me una responsabilità che invece avrei dovuto condividere, almeno con lei.

Infine ritornai da Giorgio, che nel frattempo aveva ripreso i sensi e sussurrava quel nome. Lo vedevo dolorante e, allo stesso tempo, preoccupato. Forse aveva necessità di parlare con quella donna.

Rifeci il numero e il telefono si mise nuovamente a suonare, non mi restava che aspettare. Quanto tempo era passato da quando avevo chiamato l’ambulanza? Non lo so! A me sembrava un’eternità.

Stavo per chiudere e risalire su, quando all’altro capo del cellulare rispose una voce roca: “Hola?”, non si capiva se stesse dormendo, oppure era preoccupata, come se si aspettasse che fosse accaduto qualcosa di grave.  E adesso che le dico? Come mi presento?

Tuttavia mi resi conto che dovevo dire qualcosa, prima che quella donna riattaccasse il telefono e mi mandasse a quel paese. 

«Ehmm … Giorgio, sono un amico di Giorgio. Con chi parlo?»
«Giorgio? … Dove sei? … sono Jennifer.» disse di getto la donna, non rendendosi conto chi ci fosse all’altro capo del telefono. In quel momento sentii anche la sirena dell’ambulanza. Dovevo salire di corsa su in strada, altrimenti non mi avrebbero visto. 

«Giorgio è ferito», dissi frettolosamente, «adesso sta arrivando l’ambulanza, penso che lo porteranno all’ospedale di Ostia.».

Non ebbi la possibilità di dire altro e chiusi il telefono, anche se mi ripetei più volte «Sono stato uno zotico, un maleducato. Spero almeno che mi abbia capito.» comunque mi ripromettevo di ritelefonarle durante l’attesa al pronto soccorso e spiegare che la mia maleducazione era stata causata dall’arrivo improvviso del mezzo di soccorso a sirene spiegate. L’ambulanza si era fermata proprio vicino al muretto che io scavalcai con un salto, sorprendendomi non poco per l’agilità con cui lo avevo fatto.

Il medico scese in spiaggia, si chinò su di lui, gli sentì il polso e gli chiese cosa era successo. Fece quindi cenno al collega di prendere la barella. Lo caricarono con cura sull’ambulanza, gli assegnarono un codice rosso e partirono, a sirene spiegate, verso l’ospedale, mentre io mi affrettai a salire in macchina e a seguirli.

Al pronto soccorso mi fecero riempire dei moduli con le generalità mie, del ferito e ogni altra notizia che potesse essere utile ai medici o a un’eventuale indagine giudiziaria. Poi tutto rientrò nella calma e nella snervante attesa di sempre. Mi agitavo a chiedere notizie, battendo in continuazione sui vetri dello sportello dell’accettazione, ma non ricevevo nessuna risposta. Ci volle più di un’ora, un’eternità in quella situazione, affinché io riuscissi a sapere qualche scarna notizia sulla salute di Giorgio.

«Ha perso molto sangue, ma ce la farà.», mi disse infine un medico, «Certo che l’avevano conciato male, poteva morire dissanguato».

«Posso vederlo?» chiesi con voce supplichevole, preoccupato per la sua salute e ansioso di sapere dove era stato tutto questo tempo, in modo da dare, finalmente, delle notizie confortanti a sua sorella.

«Per adesso è sedato e non può vedere né sentire nessuno. Ci vorranno almeno un paio d’ore finché si risvegli. Lei è il cognato? Può incaricarsi di avvertire il resto della famiglia?».

Feci cenno di sì e ringraziai, ma rimasi deluso di non potergli parlare. Avevo la testa confusa, cominciai a pensare cosa avrei potuto dire adesso a mia moglie. Era meglio iniziare con la bella notizia che suo fratello si era fatto sentire, o con quella cattiva che era stato accoltellato?


sabato 10 dicembre 2016

Buon Natale 2016


L’albero di Natale è già presente in quasi tutte le nostre case!

Ho voluto fotografarlo in tre modi diversi, in ricordo di una vecchia passione per la fotografia.


La prima foto è in AUTO. La fotocamera (Nikon D40, su treppiedi non professionale) utilizza il flash. Si ottiene una foto nitida, con dovizia di particolari. Le ombre sono quasi assenti, ma l’immagine è un po’ “fredda”.


La seconda è in Auto senza flash. La foto ha i colori più naturali, l’albero è nitido, ma gli oggetti in secondo piano sono sfocati. Nel complesso l’immagine si presenta molto bene.
 


La terza foto è in Manuale (i professionisti mi scuseranno, il mio “manuale” è molto assistito diciamo che ho scelto una apertura F11 e la macchina ha impostato un tempo di 10 secondi). La foto ha i colori molto caldi ed è nitida sia nel primo piano che nel resto (ad esempio il quadro a destra, sulla parete di fondo).


Quale foto vi piace di più: “Auto”, “Auto no flash” o “Manuale”?